Austis.  Panorama Austis. Panorama

 

 

Austis (Aùstis in sardo) è un comune italiano di 821 abitanti della provincia di Nuoro, in Sardegna. Si trova quasi nel centro esatto dell'isola.

Storia.

Il suo territorio abitato fin da tempi lontanissimi, è ricco di testimonianze di frequentazioni umane risalenti all'età del bronzo (1700 a.C.), tesi questa, confermata dall'archeologia della civiltà nuragica, nata e sviluppatasi in Sardegna, della quale i Nuraghi che costituiscono le sue vestigia più eloquenti sono considerati come i monumenti megalitici più grandi d'Europa. Abitata probabilmente dalla tribù dei "Nurensi" o da quella dei "Celsitani del Gennargentu" che nel II secolo d.C. erano al comando dell'Esercito Imperiale Romano, Austis, nasce urbanisticamente, come “stazzo”, luogo di stazionamento, in epoca romano-augustea lungo la strada che da “Caralis” l'attuale Cagliari portava a Olbia passando per “Forum Traiani”, oggi Fordongianus.

Nel anno 1407 la “Curatoria di Austis” fa capo ai comuni di Teti e Tiana, passando nel 1607 ad essere Signoria fino al 1807 quando entra a far parte della prefettura di Sorgono, in quella di Busachi nel 1845 fino a far parte della XII comunità montana, fondata nel 1960. Le prime fonti di censimento ufficiali risalgono al 1861 – anno dell'Unità d'Italia – quando Austis contava 668 abitanti, una crescita costante la porta a raggiungere i 1482 nel 1961. L'emigrazione degli anni sessanta, verso il Belgio, la Germania e la Francia, ma soprattutto quella degli anni successivi verso la Toscana è causa di un forte spopolamento, che porta a contare nell'anno 2001, 926 abitanti.

 

Non è una “coga”, nè una “giana”, in territorio di Austis, a circa tre chilometri dal paese, la singolare scultura di granito di sa Crabarissa: il vento e la pioggia le hanno dato le sembianze di una figura femminile che la fantasia vede vestita col costume di Cabras. In paese, “su contu” degli anziani vuol dire che, una volta, fosse una donna viva e vegeta, tramutata in pietra per aver rifiutato ad un pastore l'offerta d'un pò di cibo. “Per te ho solo pietre”, aveva detto sgarbata sa crabarissa; “Ed io in pietra ti trasformo”, aveva ribattuto il pastore, che possedeva evidentemente poteri magici, e tanto fece. Un'altra versione propone invece un significato diverso del nome, quello cioè di guardiana delle capre, visto che se ne stà solitaria su un rilievo roccioso e sembra controllarsi intorno il suo gregge. Il monumento naturale fa parte del regno dei grantiti, di roverelle, di lecci, di sughere, di corbezzoli, di eriche e di lentischi che il paese controlla dai confini di Sorgono sino alle sponde dal Taloro e del piccolo lago artificiale di Benzone. Un'altra scultura naturale che merita di essere citata è quella che verso Ghea si staglia contro il verde di una collina con la testa e il becco di un'aquila.

Austis (50,72 Kmq., 1000 abitanti circa) mostra paesaggi aspri e suggestivi soprattutto sul versante di Neoneli, verso i roccioni granitici di S'Isteddu, dove a volte vola alta l'aquila reale. “Molte sono le colline e i rialti di questo territorio - scriveva - Vittorio Angius -, dalla sommità dei quali estendesi lo sguardo sopra un ampio orizzonte. Le strade però a salirvi rintuzzano in qualunque la voglia di goderlo”. Tanto che “in altri tempi - si legge ancora nel Dizionario del Casalis - vi annidavano i fuoriusciti”. È sempre l'Angius che racconta come “dall'eminenza di Pasa-porcu veggonsi le lontane pianure della parte meridionale dell'isola, e dal rialto di Bruncu Melone scopresi pure il Campidano di Oristano, ed il Màrghine”. Nel dizionario si dà anche un quadro della flora e della fauna di un secolo e mezzo fa: “Oltre le specifiche ghiandifere vi frondeggiano con molto lusso i corbezzoli, le eriche, le filireee, il lentischi, il mirto, e vari altri generi di piante.

Le specie seltaviche, cervi, daini, cinghiali, volpi, lepri, ecc., sono assai numerose, e crescono sempre più mancando ai cacciatori. Molte sono ancora le specie degli uccelli, e le più moltiplicate sembrano le cornacchie, i corvi, le tortorelle, le piche, i merli, i tordi, i passerotti...”. La ricchezza dei boschi del paese, ormai privi di cervi e di daini, la si coglie ancora persino lungo l'asfalto che va verso Teti o in direzione di Sorgono. Ne sono un esempio le roverelle che fiancheggiano la strada quasi ininterrottamente e gli agrifogli, che si ergono accanto alla curva di Istecorì, dominata dai resti d'un nuraghe sopra la collina. Intorno all'abitato si fanno notare enormi castagni a Sa Corranca, la cornacchia, e grosse querce a Opposì, mentre bisogna spostarsi a Tonnoro, sui confini con Neoneli per ammirare diversi esemplari di ginepro. Fa parte del paesaggio anche il piccolo lago artificiale di Benzone che il Taloro alimenta subito dopo aver superato il territorio di Teti: pure qui si parla di itinerari turistici a piedi o a cavallo e c'è persino chi propone la pesca sportiva dopo aver incrementato di trote salmonate e tinche il patrimonio ittico del bacino lacustre.

Il paese, che sorge su un altopiano granitico avvolto dal verde dei suoi boschi, sa suscitare interesse anche per la sua storia. Il suo nome è probabilmente legato al suo passato romano di Colonia Augusta e intorno all'abitato si colgono numerosi segni di un'intensa frequentazione in età imperiale, come nel rione di S'Arretzù, dove sono venute alla luce anfore e monete, e a Perda Literada, dove sono state trovate diverse iscrizioni. Ne parlava già il secolo scorso Alberto Della Marmora nel suo Itinerario: “Io credo che la via antica romana che comunicava da Sorabile presso Fonni con Cagliari, per Valenza e Biora passare presso Perdas Fittas, e di là si dirigesse verso Austis. In questo villaggio vi era un'antica colonia augusta, di cui si è perduto il nome, perché nella sua vicinanza si sono trovati molti avanzi di antichità romane, e soprattutto iscrizioni latine nel sito detto Perda Literada”. A dare maggiori informazioni a questo proposito era il canonico Giovanni Spano: “Il sito dista pochi minuti dal paese al nord. Tutto il territorio è granito. Le iscrizioni sono scolpite in colossali stele di granito che terminano in figura conica. Alcune hanno scolpita una testa col busto rozzamente. Vi è un pezzo di acquedotto, ed il terreno è pieno di frammenti di stoviglie e di vetri, e si trovano pur con frequenza monete romane. Il sito è ameno, e copioso di sorgenti”.

L'interesse per l'archeologia non si ferma però solo alle testimonianze della presenza romana, ma abbraccia anche molti secoli della preistoria che hanno preceduto il sorgere delle tholoi. A richiamare maggiore attenzione è una struttura tombale dolmenica a Perdalonga, che con Giovanni Lilliu, in La Civiltà dei Sardi, fa rientrare “nel vasto quadro del megalitismo perimediterraneo ed europeo la cui massima diffusione coincide col passaggio dal neolitico alla cultura metallurgica”. Ne dà una descrizione sintetica in Sardegna Antica Enzo Bernardini: “Degno di nota il dolmen a galleria, con transetto, di Perdalonga (Austis), lungo m. 8,30 e largo m 1,40; formato da una quindicina di lastre verticali e da quattro o cinque tavole di copertura. La camera sepolcrale è divisa all'interno in due parti da una lastra trasversale che fuoriesce per circa mezzo metro dalla parte ortostatica...”. Il territorio di Austis continua ad essere intensamente frequentato in pieno periodo nuragico e lo dimostrano i resti megalitici delle torri semisepolcrali sulle colline, come Nuraghe Lughia, Nuraghe Turria e, soprattutto, Nuraghe Istecorì che viene considerato parte integrante dell'area archeologica che si sviluppa intorno all'importante villaggio di S'Urbale di Teti. Tra queste colline ha il sapore di sagre lontane la festa che, nella chiesa seicentesca costruita sull'altopiano di Sa Sedda ’e Basiloccu, viene dedicata a Sant'Antonio nella terza domenica di settembre, così come si coglie un legame antico e profondo tra la poesia che la natura esprime con i suoi boschi, i graniti, i paesaggi e quella dei poeti in limba dei “Frores de Monte”.

Da vedere: scultura di granito di sa Crabarissa, Nuraghe Istecorì, Nuraghe Lughia, Nuraghe Turria, chiesa di Sant'Antonio

 

 

 
Sa Crabarissa. Sa Crabarissa.

 

Nella storica regione del Mandrolisai, nel centro della Sardegna, in località “Sa Sennoredda”, si può ammirare un particolare masso tra i monti dall’aspetto tipicamente femminile, la roccia di “Sa Crabarissa”. In sardo questo termine significa “donna di Cabras”, perché secondo la leggenda degli abitanti locali, proprio una donna di questo paese s’innamorò perdutamente di un pastore.

Egli scese a valle con il suo gregge nel periodo della transumanza e promise alla donna di sposarla; scambiarono i doni e le promesse e lui ripartì con le pecore. La donna dopo qualche tempo, preoccupata e stanca di aspettare il suo ritorno, si dice partì per le montagne, dove trovò il suo amato sposato a un’altra donna.

Distrutta dal dolore, durante il ritorno a valle rimase pietrificata dal dispiacere. Questa leggenda si dice venisse tramandata ai giovani per insegnargli a non giocare con i sentimenti altrui. Questa roccia granitica di oltre 50 metri ha proprio l’aspetto di una donna in costume sardo, con il cappello e il petto in fuori, come la si può vedere nei murales presenti in vari paesi della Sardegna e naturalmente durante le feste in costume.

La particolare forma è stata data dal vento e dalla pioggia nel corso dei secoli, che l’hanno modellata fino a darle questa conformazione. Se volete ammirare questo particolare effetto degli agenti atmosferici, potete farlo autonomamente prendendo il sentiero che porta il nome della roccia.