Sos Colonganos. Sos Colonganos.

 

La Storia delle Nostre Maschere.

 

S’Urtzu e Sos Colonganos di Austis. Le maschere di Austis, Sos Colonganos, pur essendo simili a tutte le altre maschere barbaricine hanno una caratteristica fondamentale che li differenzia dalle altre: sulle spalle, al posto dei tradizionali campanacci portano infatti delle ossa di animali che vengono scosse per produrre un suono cupo, meno forte di quello dei campanacci, ma di certo non meno affascinante. Si pensa che in passato anche le altre maschere sarde portassero sulle spalle le ossa degli animali al posto dei moderni campanacci. Sos Colonganos portano inoltre una maschera di sughero ricoperta di rami di corbezzolo sul viso e pelli di volpe o di martora sul capo. Ad accompagnare il gruppo c’è la tradizionale figura de “S’Urtzu”, la vittima, vestito da cinghiale, che viene percosso dai due guardiani incappucciati, vestiti completamente di nero. La maschera di Sos Colonganos, che prende il nome dal grego kolos (pecora), fa parte delle maschere riscoperte di recente in seguito a ricerche sull’antica cultura sarda.

 

 

 

 

 

 

Carnevali di Sardegna: Sos Colonganos, Austis

 

 

Il carnevale di Austis si distingue dagli altri riti della Barbagia per i misteriosi Colongànos, che portano sulle spalle un carico di ossi d’animale anziché di campanacci.

 


Risuona il passo lugubre, trac, dei discepoli del buio, riempie l’aria del profumo della fine. Simili a demoni in cammino, giunti sulla terra per rigenerarla. Paradosso irresistibile, li segui danzando. Così sei. Così rinascerai.

 

 

I personaggi

Sos Colongànos si distinguono per l’abbigliamento, senza uguali nei carnevali della Sardegna. In testa portano pelli di volpe o di martora, sul viso sa caratza de ortigu (maschera di sughero nera) nascosta sotto alcune franzas de lidone (rametti e foglie di corbezzolo); indossano lunghe e scure pelli di pecora e portano sulle spalle un carico di ossi di animali, un tempo legati con pezzi di intestino. In mano hanno un bastone o un forcone.

Della cerimonia fa parte anche s’Urtzu, vittima che indossa una pelle di cinghiale completa della testa e ha il viso imbrattato di carbone. È tenuto alla fune da alcuni bardiànos (guardiani) dal viso nero, pastrano di orbace e gambàles.

La rappresentazione

Durante la festa di Sant’Antonio Abate , sos Colongànos ballano intorno ai falò come sofferenti in penitenza. Su due file ordinate, all’unisono sbattono in terra il bastone e poi eseguono un salto, scrollando le spalle per far risuonare il carico di ossi e produrre un suono sordo e lugubre.

Nel frattempo s’Urthu corre come pazzo, cercando di sfuggire ai guardiani. Alcuni bardiànos annunciano il passaggio del corteo producendo un prolungato suono con un corno d’animale o una conchiglia. Altri figuranti gettano crusca e grano sulla folla.

Il significato:

l’etimologia di “Colongànos”: da “kòlos” (“pecora” in greco), col significato di “coloro che si vestono da pecora”.

La tragica cerimonia ha un forte carattere propiziatorio. Ciò è messo in evidenza, in particolare, dall’uso delle fronde di corbezzolo, pianta mediterranea sempreverde, chiaro omaggio al dio della vegetazione, e dall’uso degli ossi, simbolo della morte che attende la resurrezione, ma che hanno anche una funzione apotropaica.

Infatti ad Austis si dice che sos Colonganos “faghen sonu ’e matracca”; sa Matracca è uno strumento di legno utilizzato durante la Settimana Santa, quando non possono suonare le campane, per produrre un forte schiocco con valenza apotropaica.

 

Sardu E in su fogulone ballant sos Colonganos, cun urteddos in manos de bardaneris. Brincant che gherreris cun fustes e furcones, cun peddes de matzones craba e isbirru. Meres in dogni chirru che una suferentzia, che una penetentzia, dilliriados. De ossos carrigados in palas a muntone, e frunzas de lidone ant pro caratza. Sa pecadora ratza paret bestid’a dolu, de dimonios su ‘olu in terr’avallu.

Italiano Intorno al grande falò ballano sos Colonganos, con in mano coltelli da brigante. Saltano come se fossero in lotta, muniti di bastoni e forconi. Sono coperti con pelli di volpe, di capra e di martora. Dovunque si vedono “printzipales” presi da frenesia, deliranti come dei sofferenti in penitenza. Hanno le spalle cariche di ossi e sul volto una maschera di fronde di corbezzolo. Questa razza di peccatori sembra vestita a lutto ed è simile a un volo di demoni che ha trovato riparo sulla terra.

 

Bonaventura Licheri.

 

 

Nel 2005 sono stati pubblicati degli scritti inediti attribuiti a Bonaventura Licheri(1734-1802), un gesuita ,poeta, nativo di Neoneli. Questi accompagnò padre Giovan Battista Vassallo(Dogliani Saluzzo 1681-Cagliari 1775), anche lui gesuita, nella sua missione di evangelizzazione della Sardegna centrale. Per la sua dedizione alla causa di Cristo e del  Vangelo il Vassallo si meritò, ancora vivente, l’appellativo di “ Apostolo della Sardegna”.

Questi scritti sono un documento estremamente prezioso dal punto di vista etno-antropologico perché il Licheri ci rende, in poesia, un quadro limpido delle usanze e dei riti del ‘700 nei vari paesi, descrivendo il loro comportamento e i loro travestimenti.

Praticamente i due gesuiti giungevano ogni anno in paesi diversi cogliendo la popolazione durante la celebrazione di riti pagani durante le feste in onore di Sant’Antonio e San Sebastiano . Naturalmente il  Vassalo rimprovera ed ammonisce il popolo che si dava al folle tripudio con esibizione di maschere “in numensantu”, nel nome del Signore, senza più distinguerne il carattere essenzialmente pagano.